Sono cresciuto in un quartiere degradato e malfamato conosciuto come Mangialupi. Il mio quartiere si trova nel cuore della città di Messina, precisamente dietro il carcere di Gazzi; si accede attraverso una stradina, passando sotto un arco, ma un tempo, lì c’era un cancello.
Per arrivare dentro il quartiere bisognava passare da lì sotto e non vi sto raccontando una storia di orrore, quello era il mio quartiere e lì stavo crescendo.
All’epoca frequentavamo gli stessi ambienti, Giovanni, Peppino e io, detto Salvuccio. Tutti i giorni ci incontravamo nella piazzetta, di preciso era sutta l’alberazzu e tutti gli abitanti del quartiere usavano, in particolar modo nel periodo estivo, ripararsi dal caldo sotto quell’albero, per via della sua maestosità; alle volte noi ragazzi ci incontravamo al bar,
non so il perché, ma Peppino pur di non pagare la consumazione, ci raggiungeva sempre per ultimo. La sua scusa la conoscevamo già:
-Ragazzi soldi non ne ho, pagate voi.-
Io e Giovanni ridevamo guardandoci dritto negli occhi, consapevoli che con lui, sarebbe andata sempre così.
Spesso, a quei tempi, dopo averne combinata una delle nostre, con i soldi racimolati e poi divisi, andavamo al porto a mangiare du sciancatu, un locale dove si gustava la miglior carbonara della zona; alla fine del pranzo sia io che Giovanni incalzavamo:
-Paga piducchiusu! –
Ma lui dava sempre la stessa risposta, perciò erano sempre i soliti a pagare il conto.
Nonostante la sua avarizia, sia io che Giovanni, non avremmo mai fatto a meno della compagnia di Peppino: eravamo come tre fratelli, veramente inseparabili.
Crescendo le nostre strade, per diversi motivi si sono divise.
Giovanni è scomparso giovanissimo a causa di una malattia, Peppino ed io invece, inciampavamo sui nostri errori e per un po’ ci siamo persi di vista.
Mangialupi era diventato il quartiere più pericoloso della città. Quando faceva buio, non si vedeva passare un’anima viva e nella stagione invernale, all’imbrunire iniziava il coprifuoco.
Gli abitanti erano sempre con noi e qualunque errore facessimo, erano sempre pronti ad aiutarci, complici nostri e senza un tornaconto. Un giorno, pochi mesi prima del Santo Natale, organizzammo una bisca clandestina all’interno di una vecchia casa. Ero solito frequentare quest’ambiente e quella per me era una sera come le altre, quando da lontano scorsi una sagoma che si avvicinava: si materializzò davanti a me il mio vecchio amico Peppino. Era trascorsa un’eternità dall’ultimo nostro incontro. Fui felicissimo di rivederlo ma non poté esimermi dal fargli una lavata di capo: aveva azzardato ad entrare a Mangialupi a quell’ora di notte ma dopo lo portai a prendere un panino.
–Serviti pure al banco – gli dissi e lui con la solita faccia tosta prese da mangiare e da bere in abbondanza. Spesso rientrava a casa in mattinata, portando con sé una porzione di cibo per il giorno dopo, offerto dalla casa.
Un giorno la bisca chiuse le porte per una soffiata e quando Peppino tornò al quartiere e non trovò né gli amici, né tanto meno la casa, gli si gelò il sangue addosso, per un motivo molto semplice: era finito per lui lo scrocco.
Da allora non vidi mai più il mio amico Peppino.
Salvatore T.