Abitava un tempo a Messina, in un quartiere pieno di colombe chiamato via Taormina, nelle casette all’epoca costruite da Mussolini, una brava famiglia, ma povera, molto povera.
I miseri vivevano negli stenti, stenti veri e propri. Giacinto era il capo famiglia, Ciccina sua moglie, di quelle donne che a Messina si dicono na matrazza i famigghia, a indicarne la devozione e lo spirito di sacrificio per i suoi familiari.
Giacinto faceva lo scaricatore al porto: la mattina era ancora buio quando usciva da casa e si incamminava verso la marittima e arrivato sul posto, si univa agli altri operai con la speranza che il Boss, cosi veniva chiamato il capo, lo scegliesse per lavorare. Quel giorno Giacinto tornò insieme ad altri sfortunati a casa a mani vuote e si sappia, che per lui non era la prima volta.
Non sempre riusciva a farsi spazio al lavoro e pensando alla sua famiglia gli si riempivano gli occhi di lacrime: non sapeva cosa portare da mangiare e tornando in quella casa buia e fredda, sorpreso, vide sua moglie che stava pulendo una colomba per cucinarla.
L’uomo con un filo di voce e lo sguardo rivolto verso il basso domandò:
–Ciccina, chi ti ha portato questa colomba? – E la donna con aria soddisfatta, – L’ho trovata davanti alla porta di casa, beccava le mollichine di pane ed io le ho teso un agguato! –
Che sembra un fatto strano per una colomba, si pensi però, che la fame a volte genera comportamenti inaspettati anche nelle donne più miti.
-L’ho guardata dritta negli occhi e carponi, sottovoce, l’ho invitata ad entrare e lei, marito mio, mi ha ascoltata. Allorché l’ho afferrata e subito ho pensato di farne un buon brodino. –
I meschini si nutrivano con qualsiasi cosa fosse commestibile.
Ciccina ogni giorno si presentava davanti alla Chiesa con la bambina, portando con sé una pietanziera e faceva pazientemente la fila per prendere un po’ di minestra. Povera donna, dopo averne conquistato una porzione, si metteva di lato e aspettava che tutti andassero via: sperava rimanesse qualcosa da aggiungere alla sua modesta porzione, così da darla al marito che l’avrebbe consumata al lavoro.
Di tanto in tanto la fortuna concedeva a Giacinto una giornata di lavoro e la moglie preparava per lui una frittata, un pasto che l’uomo detestava fin da bambino.
Un giorno, come quei giorni nei quali rimaneva all’asciutto, tornando verso casa, portava con sé la famigerata frittata. Al davanzale di una finestra, un bambino piangeva accorato. L’uomo incuriosito gli domandò il motivo di tanta disperazione e il bambino mostrò una porzione profumata di filetto in umido, preparato dalla burbera governante.
L’uomo propose al piccolo uno scambio: la sua frittata, in cambio di quel pasto da Re!
Cosi Giacinto assaporò per la prima volta il filetto. Non aveva mai assaggiato in vita sua niente di simile ma, angustiato dal senso di colpa verso la moglie e la figlia, rimaste digiune, richiuse il contenitore e si incamminò verso casa.
Spalancata la porta, apparve al cospetto delle due donne portando con sé un profumo dolce e sconosciuto.
-Maria, figlia mia, assaggia, lo chiamano filetto, ma ricorda che anche al filetto ci si può abituare. –
Maria lo guardò con una domanda negli occhi, mentre il boccone saporito scendeva piano: lei ne sentiva il tragitto fino allo stomaco. Un giorno lontano avrebbe ricordato quel sapore unico, figlio di uno scambio insensato del padre, eppure quel giorno, provvidenziale.
Quel filetto fu per sempre nella memoria di tutti la condizione persistente di un privilegio e a casa del pover’uomo, quel regalo assunse dimensioni sinistre in tutte quelle notti in cui lo stomaco brontolava e amaramente ricordava.
Salvatore T.