DON PEPPINO E LA CASSA

Viveva un tempo a Ganzirri una famiglia di poveri pescatori, bravi ed onesti, immaginatevi che si nutrivano ogni giorno del pesce che pescavano.

Chi si occupava della pesca, era il capo famiglia, Don Peppino, possedeva da generazioni una piccola barca e con lui andava per mare il figlio maggiore Cola, un ragazzo piuttosto silenzioso e pallido che portava già sulle spalle il peso della miseria di casa sua.

Ogni mattina si alzavano all’alba per andare a mare, era da anni lo stesso tratto con qualche variante occasionale ma da qualche tempo il pescato non era un granché.

Quando la sera Peppino sconsolato tornava da sua moglie e dal figlio minore, con il pesce insufficiente per sfamare la sua famiglia, provava a tirare su il morale a tutti rivolgendosi a Cola con ostentata allegria:

-Domani proviamo a buttare le reti e a pescare in un altro tratto di mare, vedrai che friggeremo tanto di quel pesce che ne resterà per sfamare anche i gatti dell’intero quartiere.-

Restava così negli occhi della moglie e dei figli, la speranza che la notte portasse i sogni ma anche qualcosa per riempire lo stomaco sempre più vuoto.

Era ancora buio quando padre e figlio arrivarono nello specchio di mare prescelto. Peppino sentiva una strana euforia dentro; buttò la lenza e le reti in mare e iniziò a pescare. Ad un tratto si accorse che nella lenza tirava qualcosa di più pesante e si convinse che fosse una grossa preda: avrebbero finalmente mangiato per un paio di giorni: le sue sensazioni prendevano forma, materializzando il sogno della sera prima in una lauta cena. Con il fiato sospeso raccolse la lenza; il mare era calmo e limpido tanto che si poteva vedere il fondale e lui tirando con tutte le sue forze fino a tagliarsi le mani, non stava nella pelle e aspettava emozionato di salire sulla barca il grosso pesce. Ad un tratto si accorse che fuoriusciva dall’acqua qualcosa di enorme, non credeva ai propri occhi, era una vecchia cassa di legno spanzata, rigonfia d’acqua e incrostata dalle alghe marine, una frattura sul legno lasciava intravedere preziosi gioielli che dovevano essere molto antichi.

Gli occhi del pescatore brillarono come i monili di gioia, il cuore salì in gola. Don Peppino afferrò la cassa con le mani, urlando a Cola di dargli una mano per portarla dentro la barca; ma la cassa, malandata ed erosa dalla lunga permanenza nelle profondità dello stretto, scivolò dalle mani del figlio e si aprì ai lori occhi lasciando agli abissi, il luccichio ormai irraggiungibile e il cuore del pescatore.

Il peggio fu tornare a casa a mani vuote; i loro cuori battevano così forte che li sentivano pure Scilla e Cariddi, abitanti senza tempo delle profondità dello stretto. Lo stomaco di Peppino sarebbe rimasto nuovamente vuoto e negli occhi della moglie e dei figli dello sfortunato pescatore, restò quella sera una tavola apparecchiata e nei piatti solo una storia da raccontare.

Salvatore T._IMG4560

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