“L’amore, sai Dio come fa ad accendere questo tipo di fuoco? Mette la donna in basso il diavolo in mezzo e l’uomo sul diavolo. Un fiammifero, cioè uno sguardo e tutto prende fuoco.”
Una promessa fatta ad occhi bagnati, la luce della vita a sostituire quel bagliore giallo di un lampione. La voglia di abbracciare Dio prese il sopravvento sul vizio di baciare Satana. Così quella donna di peccato stava scappando dalle tenebre, così, quella mamma improvvisata accoglieva la sua bambina; con la consapevolezza di tutti gli errori commessi e la voglia di non volerci avere più a che fare.
Che fatale cosa un parto! Ad ogni respiro, ad ogni dolore, ad ogni lacrima faceva un passo verso la salvezza. L’ultimo grido e udì il pianto della sua piccina; incrociò i suoi piccolissimi occhi e capì che non avrebbe più sbagliato. Quell’anima figlia di una giornata di “lavoro” finita male, aveva regalato a quella donna di strada, la forza e il coraggio per voltare le spalle al demonio. Ma se è vero che dove esiste il male si nasconde il bene, è altrettanto vero che dove esiste il bene, si può celare il male. Lucifero non esitò un attimo ad accendere quella parte ignota del suo cervello, quello spazio, che ogni persona ha nella sua testa, dove istinto, rabbia e malvagità agiscono senza rimorso e pudore. Ma fu tutto inutile, le era entrato il divino nel cuore: contro quella donna “del cielo” non poteva più niente. Ma le strade del male sono come le vie del signore, e quell’essere dagli occhi infuocati, non ci mise molto ad arrivare alla destinazione della propria vendetta. Guardò la piccina nel cuore e le disse:
-Se io non fossi esistito tu non saresti mai nata, ora ti renderò le conseguenze del tuo miracolo! –
Lanciò una maledizione su quella piccina, negli anni l’avrebbe resa bella come solo il male sa fare, ma ogni uomo che l’avesse amata anche per una sola notte, sarebbe invecchiato ogni giorno di un anno. Nel subconscio della piccina già si stava elaborando la domanda che l’avrebbe tormentata per tutta la vita: che senso ha l’esistenza senza l’amore?
A questo punto bisogna fare una premessa, descrivere la piccina appena nata ci è ancora possibile, ma descriverla venti anni dopo, sarebbe ingiusto, in quanto ci sono delle cose che devono essere per forza guardate. Da piccola era bella come ogni altra bambina poteva esserlo. Aveva guance rosee un po’ paffute, il musetto piccolo ma molto delineato. Era di pelle chiara, gli occhi azzurri e i capelli color arancio. Aveva i piedini teneri, con quel po’ di “ciccia” in più che davano la sensazione di due minuscoli cuscini. Le gambe sembravano essere avvolte dall’ovatta. Se dovessimo usare un aggettivo per descriverla, potremmo dire che quella piccina era semplicemente soffice. Anche le mani e le braccia rispettavano l’intero stile, infatti aveva quella classica linea a dividere il polso e l’inizio della mano che si vede nelle persone che hanno la pelle un po’ più spessa.
Diventata grande era abbagliante. Potevi guardarla senza saper dire di che colore fossero gli occhi perché un secondo dopo cambiavano colore. La potevi fissare e perderti nella convinzione di vedere un tramonto, oppure una tempesta o magari un’alba. Ti dava la sensazione di assistere a un’eclissi, ti regalava emozioni che solo il cielo sa dare: eppure Dea era figlia delle tenebre.
Potevi farle una carezza e sentirne l’effetto del velluto sulle mani. Profumava di dolce se l’annusavi e ti veniva voglia di mangiarla, manco fosse fatta di zucchero filato. Era talmente bella che fu una sorpresa anche per Dio: questa volta Lucifero l’aveva fatta grossa!
Non si sa come, ma in quel paesino di montagna la maledizione della piccina subito divenne oggetto di discussione tra gli abitanti. Non solo nessuna famiglia volle accudirla ma in molti, volevano addirittura cacciarla dal villaggio perché temevano per il futuro dei loro figli.
Il prete del paese non esitò un attimo a portarla nella sua chiesa. Egli era un uomo di fede e come tale ritenne di doversi schierare accanto al Signore. Don Criselmo viveva da 43 anni in quel villaggio, ora ne aveva 68, anche se ne dimostrava di più. Si sentiva la sua voce solo quando diceva la Santa Messa oppure quando benediva la tavola prima della cena. Il suo aspetto appariva stanco, forse perché la sua corporatura bassa e grassa, dava l’impressione che per lui anche muoversi fosse un peso.
Non rideva mai, non piangeva mai. Dal suo volto non traspariva un’emozione. Sembrava che nulla potesse scuoterlo e tutto potesse distruggerlo. Una sola cosa era certa di quel prete: amava Dio con ogni millimetro della sua anima.
Viveva con Lucilla, una donna di mezz’età che lui aveva ospitato una decina di anni prima, quando si era presentata davanti al portone della chiesa chiedendo accoglienza per una notte. Dopo quella notte, la chiesa divenne per lei una residenza stabile e Don Criselmo le propose di prendersi cura di lui e della chiesa, in cambio della sua accoglienza. Lo fece solo per non farla sentire in imbarazzo. A nessuno fa piacere ricevere un’elemosina, nemmeno se a farla è Dio. Lucilla accettò con molta gioia e si prese cura del prete e della chiesa come una moglie si prende cura del marito e della casa.
Non era né bella né brutta, era una donna semplice e ordinaria, generosa e gentile. Di fatto non era una suora, ma era vicina a Dio più di quanto poteva esserlo una santa, per lei l’arrivo della piccina in quella chiesa, fu il regalo più bello che potesse mai ricevere.
Don Criselmo chiamò quella piccina Dea, con lei si comportava in modo enigmatico, non la coccolava e non la trattava male, non le diceva ti voglio bene e non la sgridava; non giocava con lei e non la indirizzava a pregare nemmeno più del necessario. Non osiamo dire indifferenza, perché l’indifferenza non era il sentimento di Don Criselmo: le aveva dato il calore di una casa o ancora meglio, il calore di una chiesa.
Parlava con lei solo per motivi di circostanza: quando le chiedeva se aveva ancora fame o se aveva fatto colazione. Si volevano un gran bene ma nessuno dei due faceva qualcosa per ricordarlo all’altro; stessa cosa per la maledizione di Dea: ne erano entrambi al corrente, ma tra loro, non ne avevano mai parlato. Ma questo è un discorso diverso: il prete non voleva rammentarlo e la ragazza preferiva dimenticarlo.
Una volta Dea, ne parlò con Lucilla, aveva 11 anni, mentre la donna la pettinava, la fanciulla le chiese cosa fosse per lei l’amore.
Lucilla non afferrò subito il senso della domanda, pensava all’amore come ad un sentimento, mentre Dea, intendeva il momento in cui sono i corpi ad incontrarsi. Così dopo avere ascoltato un lungo ragionamento della donna sull’emozione e il batticuore, la ragazza la interruppe:
-Lucilla, ma l’amore tra un uomo ed una donna, come si fa? –
La donna provò un enorme imbarazzo per quella domanda, ma non se la sentì di fare scena muta: non trovava giusto lasciare un dubbio nella piccina, era come rifiutarsi di dire ad un cieco il colore del sole.
-È la cosa più bella del mondo. –
Dea aveva passato tutta la sua infanzia con quella donna, per lei era una madre ed insieme una sorella, ma soprattutto la sentiva amica. Era cresciuta tra il disprezzo delle persone e l’obbligata indifferenza degli altri bambini. La cosa più spaventosa era che quel disprezzo si manifestava nella casa del Signore, perché Dea da quella chiesa non era mai uscita. Incontrava le persone solo durante la messa giornaliera delle 18:00 e quella della 09:00 di mattina, celebrata la domenica. Quest’ultima era la funzione nella quale venivano i bambini ma erano sempre guardati a vista dai genitori.
Una volta Lucilla, osservando una mamma che negava al proprio figlio una caramella offertagli da Dea, disse a Don Criselmo che non avrebbe dovuto aprire le porte della chiesa a certe persone.
-Ti sei molto affezionata a Dea, in tutti questi anni è la prima volta che giudichi il comportamento di qualcuno. –
Dea non diede peso a quel rifiuto, era una bambina tranquilla e delicata. Si girò e andò via, non pianse e non sorrise … come sempre.
“Quando la prova arriva troppo presto costruisce a volte, in fondo all’inconscia intelligenza dei bambini, una sorta di temibile bilancia dove queste povere piccole anime, pesano Dio.”
I teneri anni passarono lenti e senza entusiasmo, oltre alle piacevoli chiacchierate con Lucilla, Dea non aveva nulla da raccontare. Nonostante la monotonia e il troppo tempo libero, Dea era diventata grande, tra i consigli di Lucilla e gli sguardi di Don Criselmo e si preparava ad essere una donna. Ma che donna può essere una donna alla quale è stata negata la possibilità di amare? Non avrebbe potuto mai realizzare il sogno di diventare madre. Nonostante l’educazione ricevuta, se avesse potuto scegliere tra la grazia di Dio e la carezza di un uomo, avrebbe scelto la seconda: di fede, di grazia e di misericordia ne aveva la pancia piena. Ora sognava un po’ di vita.
Ogni sabato alle sette di sera dopo la messa, un ragazzo della sua età, andava al confessionale della chiesa e chiedeva a Don Criselmo di confessare i suoi giovani peccati. Il peccato era sempre lo stesso, dalla domenica al venerdì andava a rubare piccole porzioni di cibo da un allevatore di montagna. Prendeva giusto il necessario per sfamarsi e non aveva mai mangiato in abbondanza, per limitare i danni al povero allevatore. Don Criselmo lo purificava sempre anche se dopo un po’ non c’era più peccato. Il prete tutte le settimane andava segretamente dall’allevatore e pagava il cibo che il giovane aveva consumato. Così ogni sabato si ripeteva la storia, senza cambiamenti e novità. Fino a quando quel bambino compì 18 anni. Era diventato un uomo, in lui cresceva la curiosità e la voglia di capire le cose. Fu così che una sera, con la scusa di chiedere un’informazione, costrinse Dea a sostenere il suo sguardo. In quel momento lei era in fondo alla chiesa, quasi al confine con il corridoio che portava alle camere da letto e alla cucina. Stava pulendo la statua di una santa e dava le spalle al confessionale, che si trovava accanto all’altare. All’improvviso sentì la voce squillante del ragazzo che le chiese: – Chi è questa donna? –
Era la prima volta che qualcuno le rivolgeva la parola, il mondo si era finalmente accorto di lei. Per un attimo ebbe l’impressione che la statua di Maria Maddalena le sorridesse. Si girò e guardò il giovane negli occhi, poi pronunciò sottovoce, il nome della statua. Quello sguardo le fu fatale: non immaginava fino ad un attimo prima, quanto fossero intensi quegli occhi. Il ragazzo incontrò il punto più lucente delle sue pupille, volò fino a lì con il pensiero e restò intrappolato. Il suo cuore non riusciva a reggere quell’emozione; le sue mani non riuscivano a restare ferme, i suoi piedi imploravano un cammino. Voleva raggiungerla con ogni parte del suo corpo. La voce inaspettata di Don Criselmo lo fermò. Uscendo dal confessionale il prete guardandolo dritto negli occhi gli disse:
-Ha vissuto al fianco di Gesù Cristo. –
il prete si riferiva a Maria Maddalena, ma lui credette che parlasse di quella meravigliosa creatura. Andò via con la speranza di rivederla e il desiderio di non averla voluta mai incontrare. Passò quella notte, con la presunzione di volerla già accanto a sé sull’erba umida di quel gelido prato. Ebbe la convinzione che le stelle, la luna, le nuvole e l’intero cielo fossero lì per la prima volta. Il mattino seguente anche il suo mondo aveva preso forma, anche la sua vita aveva trovato un senso. Dea si svegliò nell’intera luce del suo splendore: era radiosa, energica, felice come mai. Quando Lucilla la vide le parve di non averla mai conosciuta. Le fece un enorme sorriso e le chiese il motivo di quella faccia allegra ed entusiasta. Dea le prese le mani e con gli occhi pieni di lacrime disse:
-Ho trovato una risposta alle mie domande Lucilla e le ho trovate in uno sguardo. –
Ci vollero due settimane prima che i ragazzi si rivolgessero di nuovo la parola. Il primo sabato dopo il loro incontro non si parlarono, ma con gli occhi si dissero lo stesso tutto. Il sabato successivo, il ragazzo prese coraggio e con vergogna e imbarazzo, porgendole la mano le disse:
-Mi chiamo Bastian. –
E Dea con le guance rosse, in quanto la sua innocenza aveva sempre la meglio sulla sua sfrontata bellezza:
-Io sono Dea. – e allungò la mano tremante verso il giovane.
Parlarono un tempo non precisabile, lui le raccontava da dove era venuto e dove sarebbe voluto andare, lei, gli diceva dei suoi anni passati tra San Giuseppe, Maria Maddalena e le altre statue della chiesa. Di tanto in tanto sorridevano e abbassavano gli sguardi. Erano racconti tristi i loro, nessuno dei due aveva granché da raccontare, eppure avrebbero passato la notte su quella panca di legno ai piedi della madonnina.
Don Criselmo ruppe l’incantesimo e invitò il giovane ad andare a casa che si stava facendo buio. Dimenticava o forse no, che Bastian una casa non l’aveva. Quella situazione lo spaventava, temeva per l’incolumità dei due ragazzi, ma soprattutto era preoccupato della reazione di Satana.
Un pastore di Dio sa quando le fiamme dell’inferno stanno per diventare più rosse. Uscendo dalla chiesa Bastian abbandonò lo sguardo nel vento e si perse nella grandezza del cielo. Ad un tratto gli sembrava che l’universo fosse troppo grande. A cosa serviva tutta la luce della luna quando c’erano quegli occhi? Perché perdersi nella brillantezza delle stelle se poteva ammirare quel sorriso? Tutte quelle case, quelle montagne, le città, il mare perché erano lì? Lui voleva stare solo in posto, non desiderava altro che tenere il suo collo avvolto da quelle braccia. Così andò a stendersi sull’erba umida: con il disprezzo per il vento, in quanto non emanava il profumo di lei! Dea scoprì la rabbia, all’improvviso si chiese cos’era quella sensazione di malessere che cresceva dentro di lei. Questa volta la sua ingenuità non gli impedì di capire cosa era successo. Sul suo viso apparve una lacrima che andò a cadere ai piedi di Don Criselmo, con gli occhi lucidi lo guardò e gli chiese cosa c’era di sbagliato. Lui l’accarezzo e le disse: –Niente, assolutamente niente.-
Passarono due giorni, Bastian non era più tornato. Lucilla era molto preoccupata, Dea non aveva detto una parola. Se non fosse stato che aveva assistito a quella scena non sapeva nemmeno cosa era successo, in quanto lei non glie l’aveva raccontato. Andò da Don Criselmo e gli chiese se aveva tempo per rispendere a una sua domanda. L’uomo come sempre si mostrò disponibile e gentile. Così lei disse: -potreste dirmi se la morte appartiene al bene o al male? E lui – dipende dalla vita che si è vissuta. Lei quasi provocandolo, -una vita sofferta, dove la notte si può definire desiderio e il giorno si può chiamare rassegnazione. L’uomo gentilmente rispose, -in questo caso appartiene al bene.- lei, – e allora lasciateli morire! Passarono due ore da quella domanda, si era fatta ora di pranzo. Don Criselmo prese il suo cappotto e andò a cercare il ragazzo. Lo trovò ai piedi della montagna, si avvicinò e gli chiese perché non era più tornato. Bastian era abbacchiato. – di solito mi confesso il sabato oggi e martedì. L’uomo allora: – Non dicevo per la confessione.- è il ragazzo: – Non so se stavolta accetterei di essere cacciato, a meno che non sia lei a farlo.- a questo punto il prete risoluto : – non ti caccerò ne io, ne nessun altro. Sarà l’amore a portarti via da lei.–
Quando tornarono in chiesa Dea stava aiutando Lucilla a innaffiare le piante, ad un tratto sentì l’odore dell’erba umida e girò di scatto. Lo vide lì in mezzo alle statue e le parve di vedere un miraggio. Bastian le andò incontro, le prese la testa fra le mani per darle un bacio sulla fronte. Non avevano ancora questo tipo di confidenza, eppure il cuore di lui senti quel gesto naturale, sembrava che l’avesse già fatto un milione di volte. Le sue labbra ebbero la presunzione di toccare quella fronte prima ancora che le sue mani avessero toccato i suoi capelli. Il suo pensiero non aveva temuto le conseguenze di quel gesto, non immaginava che quell’essere fragile e delicato avesse riscontrato in quel contatto le sensazioni di un’intera infanzia. Quel bacio era per lei il padre che non aveva mai avuto, il nonno che le era mancato e la mamma che non aveva mai conosciuto. Ci sono gesti che rappresentano momenti della vita. Con un abbraccio puoi avvolgere l’esistenza di una persona, ci sono braccia che ti danno la sensazione di esserci sempre state. È incredibile quanto un abbraccio di oggi ti possa consolare per qualcosa di ieri. Una carezza non si dovrebbe mai dare con leggerezza, passare la mano sul viso di una persona è la cosa più intima che esista. Un bacio in bocca è diverso si può dare anche senza nessun valore. Ma baciare una persona sulla fronte è incredibilmente importante. È come dire: “non temere ci sono io con te.” Da quel giorno passavano le intere giornate insieme. Bastian usciva dalla chiesa solo per andare a sognarla e Dea andava a dormire solo per far passare la notte più velocemente. Insieme leggevano favole, ammiravano Dio e giocavano a fare i fidanzati. Ridevano, scherzavano e si emozionavano. Tutto questo senza mai uscire dalla chiesa. Passarono due mesi in armonia e felicità. Fino a quando Bastian le chiese di tenergli compagnia mentre guardava le stelle. Dea non sapeva che pensare, aveva timore di Don Criselmo, credeva che sarebbe rimasto male all’idea di non vederla dormire nel suo letto. Ma nello stesso tempo pensava a quanto sarebbe stato bello respirare l’odore della luna insieme a Bastian. Così si fece coraggio e andò dal prete. Gli disse che avrebbe voluto passare la notte fuori, lui gliela accordò raccomandandosi solo di non allontanarsi troppo. Dea schizzo tutta frenetica da Lucilla per raccontarle l’evento. Don Criselmo guardò il crocifisso negli occhi e in mente sua disse: –Che potenza l’amore, prima aveva paura del giorno adesso vuole uscire di notte.– Bastian passò a prenderla il giorno seguente alle sette di sera. All’ingresso della chiesa trovò Don Criselmo che gli disse di aspettare un attimo poiché Dea si stava preparando. Nell’attesa Bastian mise la mano sulla spalla del prete e disse: – State tranquillo padre, la notte è mia amica non ci darà nessun dispiacere.- Dea si presentò stupenda più del solito, aveva una gonna rossa, delle calze nere e ai piedi portava scarpe basse sempre di colore nero. Sopra aveva una camicia dello stesso colore che precedeva il cappottino in tinta con la gonna. In fine Lucilla le diede anche il cappello rosso con il fiocco laterale e i guanti abbinati. Quell’ intero completo l’aveva indossato la stessa Lucilla anni prima, era l’unica cosa al mondo al quale era affezionata. Ma vedendolo indossato dalla ragazza giunse alla conclusione che adesso non lo avrebbe potuto indossare più nessuna…
Bastian quando la vide provò una sensazione di disagio, lui vestiva gli abiti dei giorni precedenti che poi erano gli unici che possedeva. Prese la sua mano e le disse: –Non pensavo potessi essere ancora più bella.- Dea si limitò solo ad arrossire. Andarono a fare una passeggiata nella piazzetta del paese, Dea non alzò un secondo gli occhi, si sentiva imbarazzata dallo sguardo dei passanti. Non capiva il motivo per il quale la fissavano, sé per la sua bellezza, o per la sua improvvisa apparizione. Stringeva la mano di Bastian come se avesse paura di perderlo, sembrava quasi un neonato quando stringe il dito di un adulto. Bastian pensava a quanto fosse bello tutto ciò, era l’unica persona al mondo a passeggiare mano a mano con una stella. Si fermarono su una panchina vicino a una fontanella, parlarono delle cose che li circondavano. Dea faceva domande su tutto quello che vedeva e Bastian era felice di spiegare. Ad un certo punto passò accanto a loro una coppia di anziani, sembravano davvero molto innamorati. Nel viso dell’anziano uomo si leggeva la devozione di una vita intera dedicata alla sua compagna che invecchiava gioiosamente accanto a lui. Ad un tratto Bastian si chiese con quanta forza doveva amare Dea per poterci invecchiare insieme, giungendo alla spiacevole conclusione che forse non avrebbe dovuto amarla affatto. Scelsero per la notte la riva del lago al confine della città. In quel posto quasi abbandonato si sentivano fuori da tutto, volevano restare soli e per farlo non potevano scegliere posto migliore. Quel luogo era tutta natura, dell’uomo non c’era niente. Quei cespugli troppo cresciuti, quelle alghe che quasi coprivano l’acqua avevano contribuito a rendere un’atmosfera dolce e romantica. Il verde sta alla speranza come il rosso sta all’amore, i boschi, i giardini, i fiori e le foglie nutrono i sentimenti. Fare l’amore sull’erba e innamorarsi. Mentre Dea giocava con i fiori Bastian pensava a quanto fosse difficile non desiderarla. Lei era seduta a gambe incrociate verso l’acqua, lui la raggiunse e l’avvolse con le braccia appoggiando il petto contro la sua schiena. Con una mano gli spostò i capelli dal collo e iniziò a baciare la sua pelle. Dea avvertì un fremito lungo la schiena, il respiro di Bastian sul suo corpo gli fece un effetto a lei sconosciuto. Rabbrividiva ad ogni sospiro, desiderava ognuno di quei teneri baci. Con gli occhi chiusi e la voce bassa cercò di frenare quella iniziativa tanto desiderata: -devi sapere che…- ma lui la interruppe subito: –non dire nulla, sento il tuo cuore battere, non c’è più niente da sapere.- Dopo quelle parole Dea rinunciò ad ogni tentativo di salvezza. Si girò e con lo sguardo fisso negli occhi di lui raggiunse le sue labbra. Bastian l’appoggio delicatamente sull’erba, baciò ogni centimetro della sua pelle, accarezzò ogni angolo del suo corpo. Fino a quando il bisogno di unirsi a lei non diventò incontrastabile. Si amarono con gli occhi negli occhi e la bocca sulla bocca. Piangevano e le loro lacrime si toccavano. Ansimavano e i loro respiri si abbracciavano. Fecero l’amore con la paura nella testa e la gioia nel cuore. Si amarono di un amore sbagliato, ma quale amore è più bello di un amore proibito? Quando la paura si unisce alla voglia si raggiunge il picco massimo di emozione. In quel momento erano volati talmente in alto che a Dio gli parve di vederli invadere il paradiso. Da lassù Lucifero divenne davvero molto piccolo, la sua rabbia, la sua ira e la sua cattiveria non potevano nulla. Non si trattava più di due ragazzi, quei due corpi erano diventati un solo spirito. Nell’attimo in cui si ama l’anima indossa una corazza. Nessun male è in grado di penetrarla. Si svegliarono la mattina con il sole negli occhi. Erano imbarazzati, quasi non si guardavano. Bisognava fare qualcosa per rompere il ghiaccio, così Bastian prese Dea in braccio e si buttò nel lago. Si divertirono come due bambini, si schizzavano, si rincorrevano e di tanto in tanti si baciavano. Poi raccolsero tutta la loro allegria e muniti di tanta felicità tornarono in chiesa. A Don Criselmo bastò guardare Dea nel viso per capire cosa era successo. Le mise la mano sulla testa e scuotendole i capelli le regalò un bel sorriso. La ragazza raggiunse Lucilla in cucina, trascinando con sé la contentezza e l’euforia. Non smetteva di parlare, sembrava che non avesse più la consapevolezza di quello che sarebbe successo, oppure se ne ricordava perfettamente ma la speranza era più forte della preoccupazione. Le preghiere di Don Criselmo, unite ai sogni di Dea non bastarono ad evitare il prosieguo di quei giorni. Bastian invecchiò di giorno in giorno, fino a quando non si sentì troppo stanco per aprire gli occhi. Passarono cinquanta notti, in qual breve tempo Dea l’aveva visto ragazzo, uomo e anziano. Si era presa cura di lui in ogni momento della giornata, da quando Don Criselmo decise di farlo restare in chiesa, lei non aveva fatto altro che accudirlo. La mattina che Bastian non si svegliò ebbe un senso di smarrimento. Quell’amore si era preso la sua giovinezza e la sua energia. Sentiva che non aveva più niente da fare, avvertiva di nuovo il vuoto nella sua vita. passò quei giorni come una lenta agonia. Lucilla la vedeva soffrire e piangeva, Don Criselmo la guardava morire e pregava. I giorni si ripetevano così, fino a quando una mattina non avvertì un dolore nella pancia che annunciò la presenza della vita nel suo corpo. Era rimasta incinta, Bastian stava tornando. Improvvisamente quella stella tornò a brillare, incredibilmente quella rosa tornò a fiorire.
Antonio N.